“Solo gli stupidi e i morti non cambiano idea”. Almeno, così disse lo scrittore J. R. Lowell. Comunque sia, quella di rimanere irragionevolmente ancorati ad un’idea è una manchevolezza molto comune. Una conferma di questo malvezzo è riscontrabile nell’atteggiamento assunto da quei sindaci che hanno deciso di istallare un dissociatore molecolare sul territorio di Castelpoto che dovrebbe “dissociare” ben 100 tonnellate giornaliere di monnezza con “riflessi positivi per l’economia e occupazione locale”.
Senza alcun amore di polemica ma solo per far sì che tutti i cittadini possano comprendere che trattasi di una scelta “sconsiderata”, sono costretto a ribadire che la Regione Campania ha già dichiarato “non accoglibile” un’analoga proposta presentata nel mese di dicembre dello scorso anno dal comune di Santa Maria La Fossa (CE), sotto forma di osservazione al Piano Rifiuti regionale, e ha, nel contempo, ben sottolineato i motivi che sconsigliano la realizzazione di tali impianti: “… Per la tecnologia di dissociazione molecolare, per quanto individuata come tecnologia promettente ma da sottoporre a validazione, non sono a tutt’oggi disponibili serie storiche di dati su bilanci di massa, fattori di emissione e costi collegati nello scenario regolamentare e prescrittivi del contesto UE, connotato sotto molti aspetti di criteri prescrittivi più esigenti a quelli delle zone ove ad oggi tali tecnologie sono in adozione. Il ricorso alla dissociazione molecolare viene dunque considerato positivamente allo stato attuale solo come approccio “sperimentale” e in corso di validazione. Non si ritiene prudente fondare su tale tecnologia la gestione in forma prevalente, od esclusiva, del rifiuto urbano di un contesto territoriale allargato… I dissociatori molecolari sono impianti di piccola taglia, ancora in fase sperimentale in Islanda, che potranno risultare complementari qualora venga verificata la piena affidabilità tecnica ed ambientale, così come la Commissione mista Ambiente e Innovazione ha segnalato in uno studio sulle migliori tecnologie disponibili per lo smaltimento dei rifiuti, recentemente effettuato”.
A questo punto nasce spontanea una domanda, anzi due: perché la società che produce questo tipo di impianti non li ha potuti realizzare nel proprio Paese, e cioè in Gran Bretagna? Perché dobbiamo trasformare il nostro territorio in “zona di sperimentazione” e pagare con la nostra tasca la fase di sperimentazione di questa nuova tecnologia? Mi auguro che questa volta qualcuno abbia la bontà di dare una risposta. A mio avviso, se i sindaci della Valle Vitulanese vogliono davvero fare “affari” con la monnezza possono chiedere al commissario De Gennaro di poter realizzare un impianto per la produzione di “compost” (a servizio esclusivo della provincia sannita) potenzialmente vendibile sul mercato come fertilizzante per i nostri preziosi vitigni autoctoni in sostituzione di quei concimi chimici pagati a peso d’oro e sicuramente inquinanti per l’ambiente.
Infine, per smentire quanti affermano che la netta contrarietà alla dissociazione molecolare e alla digestione anaerobica abbia come scopo “solo quello di alimentare demagogicamente il dibattito per accaparrarsi consensi”, l’occasione è buona per chiarire meglio il processo della gassificazione dei rifiuti o “termolisi”, già operativo negli Stati Uniti da anni, che permette di riconvertire in energia gli scarti urbani e industriali senza ripercussioni sull’ambiente e a costo zero. Si tratta di un sistema innovativo che mira a risolvere la questione ambientale e offre alle aziende uno strumento per risparmiare sui costi di smaltimento ed energetici. E’ già stata sperimentata in impianti funzionanti negli Usa e altrove, il più grande dei quali tratta 2000 tonnellate al giorno. Il brevetto è di proprietà della società statunitense Iet, e in Italia Ettore del Giudice, docente di tecnologia meccanica presso la seconda Università di Napoli, ne ha curato la industrializzazione rivolta ad impieghi mirati alle esigenze. Il principio sul quale si sviluppa è quello della termolisi. Si tratta di un processo di gassificazione che trasforma il carbonio presente nei rifiuti in un reattore primario funzionante a soli 450 gradi. La termolisi ha il vantaggio di non generare diossina o furani, la cui formazione ha luogo a temperature maggiori. Dal processo si libera ossido di carbonio che viene bruciato in un reattore secondario a circa 1200 gradi, generando vapore surriscaldato che, grazie ad una turbina, produce energia elettrica e, successivamente, può essere utilizzato per il teleriscaldamento. Il residuo solido nelle celle primarie è costituito da ferro, alluminio e ceneri e, dopo il recupero dei metalli, anche le ceneri trovano un utilizzo nell’industria. Esse contengono cadmio, un metallo strategico che ha numerosi impieghi nell’elettronica ma è totalmente importato dall’estero mentre potrebbe essere estratto dalle ceneri con processi pirometallurgici.
L’impianto ha una tipologia modulare e può essere realizzato con potenzialità diverse oscillanti dalle 50 tonnellate al giorno fino alle 2000 tonnellate.
Per la nostra provincia potrebbe essere ideale una struttura che ne raccolga 50. La termolisi può essere utilizzata per distruggere quasi tutti i tipi di rifiuti, indipendentemente dalla loro capacità di combustione, ha una logica impiantistica elementare (di qui la notevole riduzione dei costi di realizzazione e di gestione), non produce diossina, e richiede solo un controllo avanzato. Meglio di così!
Amedeo Ceniccola
presidente comitato civico
‘GustaSannio’
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