Trent’anni fa il terremoto. Intervista all’arch. Cosimo Boffa

di Nicola Mastrocinque

per Realtà Sannita.

Sono trascorsi trent’anni dal terremoto dell’Irpinia e della Basilicata, classificato dalla scala MCS (Mercalli Cancani Sieberg) al X grado, causando gravissimi danni in un centinaio di località, le vittime furono quasi 3.000 e circa 10.000 feriti. L’Arch. Cosimo Boffa con la sua testimonianza rievoca il dramma di un evento che ha segnato la storia dell’Italia Meridionale.

Quali immagini sono impresse nella sua memoria quando ha visto Calabritto distrutto dal terremoto del 23-11-1980?
Fresco laureato in architettura ebbi l’opportunità di lavorare nel gruppo guidato dai proff. Aldo Loris Rossi e Donatella Mazzoleni alla ricostruzione delle aree danneggiate dal terremoto del 23 novembre 1980. Frequentai prevalentemente il Comune di Calabritto (AV), lungo la Valle del Sele.
Per arrivare a Calabritto, partendo da Foglianise, si doveva attraversare gran parte del così detto “cratere” del terremoto e cioè: Lioni, Conza della Campania, Teora, Caposele. Prima di arrivare a destinazione si aveva già percepito una visione spaventosa dei danni e della disperazione causata dal sisma. Arrivati alla fine a Calabritto con un gruppo di ricercatori e docenti universitari avvertimmo più l’entusiasmo di dare un contributo che la disperazione della distruzione. Fummo accolti con grande aspettative che divennero quasi manifestazioni di entusiasmo. Anche nei nostri interlocutori c’era disperazione infarcita alla speranza e voglia di fare. La situazione era desolante, ma nessuna pensava di farsi sopraffàre dalle contrarietà. Fummo accolti in un container su cui aleggiava la scritta Municipio, che ne aveva affianco altri destinati a farmacia, medico condotto oltre che negozi di generi alimentari. L’immagine del paese che conservo è quella più nota di Calabritto distrutta, che passava nei mass media, che ritraeva lo spazio precedentemente destinato a piazzetta. Quel luogo, che per effetto delle demolizioni appariva uno slargo su cui confluivano archi di grotte scavate nella collina, esibiva simbolicamente le fondamenta delle case del paese venute alla luce dopo secoli.

Tra i fattori scatenanti della tragedia solo la veemente scossa tellurica o altre cause determinarono la morte e il disfacimento delle abitazioni?
Tutti i tecnici che si occupano di sismica rilevano che gli effetti dei terremoti derivano dalla inadeguatezza delle strutture murarie prima che dalla intensità delle scosse. Sicuramente contribuiscono l’energia ondulatoria, sussultoria liberata, le caratteristiche orografiche e la consistenza dei terreni su cui poggia il costruito e quindi le strutture di fondazioni.
Anche la lotta ai terremoti si fa con la prevenzione e con l’adeguatezza delle strutture.
La nostra area (la zona interna della Campania) è stata riclassificata includendola tra le aree di massima pericolosità.

Gli interventi furono tempestivi per liberare il paese dalle macerie?
Gli interventi di liberazione dalle macerie non furono tempestivi poiché in Italia non esisteva una efficiente Protezione Civile attrezzata allo scopo. Anzi si può affermare che proprio in seguito al terremoto dell’Irpinia si fecero i primi passi significativi di organizzazione di una rete di Protezione Civile. Inoltre, l’area interessata era molto vasta, mal collegata viabilisticamente e con alcuni ponti lesionati dalle scosse. Il panorama delle disfunzioni fu notevole. Noi (il gruppo di progettazione guidato dal Prof. Aldo Loris Rossi e Donatella Mazzoleni) arrivammo successivamente. Il nostro compito riguardò la programmazione della ricostruzione: il problema maggiore che affrontammo fu quello di come conservare qualche traccia della storia e della vita di un paese di fronte a tanta distruzione in accordo con le severe norme antisismiche. Queste prevedono distanze tra gli edifici difficili da rispettare in quel contesto. Redigemmo Il Piano di Zona Edilizia Economica e Popolare e il PRG . Successivamente io passai ad altri incarichi. Pertanto non ho seguito la ricostruzione nella zona del cratere. So che ci furono vivaci contestazioni perché è difficile conciliare conservazione della storia, sicurezza, standard funzionali, recupero di simbologie e tutto quanto fa architettura, vita civile e condivisione.

Quell’esperienza ha segnato una tappa importante della sua formazione professionale. Secondo lei il nefasto evento è servito per mitigare e prevenire il rischio sismico nell’Appennino Centro-Meridionale?
Da molti punti di vista si è fatto moltissimo dopo l’esperienza del terremoto dell’Irpinia.
La normativa per le costruzioni in zona sismica è stata rivista ed aggiornata. E’ stato fatto un gran passo in avanti per la organizzazione dell’emergenza attraverso un sistema di Protezione Civile moderno.
Sono state aggiornate le delimitazioni delle aree sismiche. In genere dopo ogni esperienza rimane il dubbio: potevamo fare di più e meglio?
Ogni circostanza ti fa operare nei limiti del tempo e delle tue cognizioni. Si è sempre inadeguati per i compiti a cui si è chiamati.
I veri miglioramenti sono quelli conseguenti ad una efficiente organizzazione tra gli interpreti siano essi: tecnici, imprese, cittadini ed amministrazioni ecc…

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