Trentadue sindaci del Sannio indagati dalla Procura di Benevento per disastro ambientale nei fiumi

da Il Vaglio.it.

39 sindaci di 32 comuni della provincia di Benevento, alcuni in carica altri non più, non hanno provveduto a depurare le acque a dovere prima di farle finire nel Calore, nell’Isclero e nel Sabato. L’hanno inquinato a tal punto che è stato proibito il loro utilizzo a scopo irriguo per le coltivazione e per fare bere gli animali. Acque pericolosissime per la salute di noi sanniti, piene di salmonella ed escherichia coli: parliamo di contaminazione prodotta dalla feci non depurate.
I comuni sanniti in totale sono settantotto, quelli sotto inchiesta quasi la metà, segno, almeno allo stato degli atti, di un’esposizione della salute umana e dell’ambiente gravissima. Per ciò sull’ipotesi di reato di disastro ambientale colposo e omissione di atti di ufficio sono stati indagati, nell’indagine denominata “Fulmina”, dal sostituto procuratore della Repubblica di Benevento Antonio Clemente che ha appena concluso il suo lavoro preliminare dando agli indagati (39, perché di alcuni comuni sono indagati due sindaci succedutisi nel tempo), 20 giorni di tempo, per presentare memorie o farsi ascoltare, prima che lo stesso Pm decida di chiedere il rinvio a giudizio o proporre al giudice per le indagini preliminare l’archiviazione. Per 19 ulteriori indagati, lo stesso Clemente ha già stabilito che non ci sono possibili colpe e responsabilità e ne ha chiesto il proscioglimento.
La speranza è che il divieto di usare quelle acque posto dalla Provincia, anche a seguito delle analisi dell’Arpac (l’agenzia regionale per l’ambiente) sia stato rispettato dai coltivatori e dagli allevatori. Altrimenti davvero potremmo aver mangiato e mangiare alimenti pericolosi.
Il divieto di attingere e di usare quelle acque è stato assoluto dal 2009, ma poi è stato ammorbidito nel luglio 2010 e nel febbraio 2011, consentendo l’utilizzo per coltivazioni non destinate al consumo alimentare dell’uomo e degli animali. Nell’estate scorsa, in più, la Provincia di Benevento, ha vietato nei tre fiumi la pesca. “Flumina” s’è avvalsa di una consulenza tecnica molto approfondita e di accertamenti fatti anche dall’Istituto superiore di Sanità.
Ma chi sono coloro su cui si è indagato, per così gravi ipotesi di reato? Innanzitutto, Fausto Pepe sindaco del capoluogo, quindi, Ida Antonietta Albanese di Apice, Pasquale Narciso di Campolattaro, Raimondo Mazzarelli di Casalduni, Antonio Pio Morcone di Castelfranco in Miscano, Giuseppe Bozzuto di Castelpagano, Antonio Orlacchio di Cautano, Carlo Petriella di Circello, Alessandro Crisci di Durazzano, Giovanni Mastrocinque di Foglianise, Zaccaria Spina di Ginestra degli Schiavoni, Pietro Palma di Moiano, Costantino Fortunato di Morcone, Enzo Pacca di Pannarano, Carmine Montella di Paolisi, Angelo Aceto di Paupisi, Domenico Ventucci di Ponte, Angelo Campi di San Martino Sannita, Pasqualino Cusano si Sassinoro e Giovanni Cutillo di Torrecuso, tutti in carica. Quelli non più in carica sono: Fernando D’Aloia sindaco di Buonalbergo, Biagio Supino di Airola, Pietro Giallonardo di Castelfranco in Mescano, Giancarlo Schipani di Castelpoto, Mario Scetta di castelvenere, Giuseppe Fuggi di Cautano, Antonio Stasi di Durazzano, Lucio Mucciacciaro di Fragneto l’Abate, Rosario Spatafora di Morcone, Rosario Antonino di Pago Veiano, Mario Meola di Ponte, Giorgio Tardone di San Giorgio del Sannio, Irma De Angelis di San Lupo, Michele De Figlio di San Martino Sannita, Angelo Parrella di San Nicola Manfredi, Egidio Bosco di Sant’Angelo a Cupolo, Pompilio Forgiane di Solopaca, Francesco De Nigris di Torrecuso e Mario Scarinzi di Vitulano.
Tra le prime reazioni quella di Fausto Pepe. Da sei anni alla guida di Benevento, città priva ancora del depuratore, ha detto che nel Piano Urbanistico Comunale, in corso di approvazione per ora alla Provincia sono state individuate delle aree per la depurazione. Chissa quanti anni ancora occorrerano perché funzioni. Da indagato, però, ha subito individuato altrui responsabilità: “Se nell’inchiesta – ha dichiarato a Otto pagine – sono coinvolti 39 primi cittadini del Sannio, questo vuol dire che è venuto meno il ruolo di coordinamento degli Enti sovra ordinati, a cominciare dalla Regione”.

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14 thoughts on “Trentadue sindaci del Sannio indagati dalla Procura di Benevento per disastro ambientale nei fiumi

  1. finalmente una decisione forte! quando abbiamo denunciato questa situazione, qualche anno fa, nessuno ci ha dato ascolto. Il fiume non è inquinato da ieri, né da un anno, né da dieci anni…il dramma è proprio che questa situazione fosse talmente radicata da sembrarci quasi normale. Del resto sembrava normale all’arpa, alla regione, alla guardia forestale (che fu interpellata in merito), ai comuni…
    Vorrei ricordare a tutti che che la cattiva gestione del nostro territorio non è irreversibile, dipende dagli amministratori che NOI scegliamo. Quando votiamo abbiamo la possibilità di scegliere e, se (come spesso accade) la scelta non ci aggrada, abbiamo il dovere di trovare una soluzione soddisfacente.

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  2. Redazione del Vaglio- Pubblicato il 10 maggio 2012
    —————————————————————————————- Inchiesta della Procura sul Comune di Calvi: sono tredici gli indagati Ipotizzati, a vario tiolo: calunnia, distruzione o occultamento di atti pubblici, associazione per delinquere, concussione e tentata concussione, falso, abuso di ufficio e turbativa d’asta, lottizzazione abusiva
    —————————————————————————————-
    Il sostituto procuratore della Repubblica di Benevento, Antonio Clemente, ha emesso l’avviso di conclusione indagini per l’inchiesta sul Comune di Calvi. Il 12 settembre 2011 se ne ebbe conoscenza con gli arresti dell’ex sindaco Giovanni Molinaro e delle ex funzionarie del Comune del Medio Calore, Teresa Mangialetto e Antonietta Rapuano. Ora il pubblico ministero ha concesso 20 giorni di tempo per rendere dichiarazioni o presentare memorie a tredici persone. Oltre ai tre citati, anche Vincenzo De Cristofaro e Giovanni Carpentiero, ex assessore ed ex consigliere comunali, Gerardo Iannella, consigliere comunale in carica, Luigi Tuccillo e Giuseppe Ingannato, imprenditori napoletani, il casertano Gennaro Passaro, il vitulanese Luca Scarinzi e i dipendenti del Comune di Calvi Carmen Voli, Giovanna Nuzzolo e Francesco Zitano. I reati ipotizzati da Antonio Clemente sono, a vario titolo: calunnia, distruzione o occultamento di atti pubblici, associazione per delinquere, concussione e tentata concussione, falso, abuso di ufficio e turbativa d’asta, lottizzazione abusiva. L’inchiesta, infatti, è risalita di un decennio, dopo il commissariamento del Comune nel 2009. Molinaro, Rapuano e Mangialetto, quando furono arrestati, negarono ogni addebito.

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  3. Lo stato non risarcirà piu’ i danni del terremoto
    da il fatto quotidiano

    Il danno e la beffa. Non c’è luogo comune più abusato, ma stamattina, quando il terremoto ha scosso il Nord, non poteva non venire in mente che solo un paio di settimane fa, con un decreto, il governo ha chiuso con i risarcimenti ai cittadini colpiti dalle calamità naturali, aprendo la strada alle assicurazioni private. L’iper liberista Monti, dopo aver ripristinato la possibilità di rispolverare la “tassa sulle disgrazie”, attraverso l’aumento dell’accise della benzina, con beffarda lungimiranza ha polverizzato la speranza di chi rimane vittima di alluvioni, terremoti e altri disastri naturali: niente soldi, non ce ne sono. Il Tesoro ha le casse vuote, è stato spiegato al momento, quindi che gli italiani si arrangino. Anche nei momenti più difficili – questo il messaggio, inutile dare letture diverse – non contate più sullo Stato.

    Già, lo Stato. Questa entità che si sente il bisogno di evocare quando una bomba uccide una ragazzina a Brindisi – e chissà poi se è veramente la criminalità organizzata oppure il gesto di un folle – o quando la retorica inonda la celebrazione dei morti ammazzati dalla mafia o da un destino carogna, come gli operai del turno di notte della fabbrica di Sant’Agostino, caduti sul lavoro sotto le macerie come tanti, sempre troppi ogni giorno. E’ uno Stato che latita, la cui immagine plastica di queste ore è quella di Mario Monti, in pulloverino azzuro polvere (ovviamente di cachemire), che da oltre Oceano parla come un automa di “rigore e vicinanza alle famiglie delle vittime”, ma non sembra sfiorato dal pensiero di fare dietrofront, invece di restare a far passerella (anche personale) ad un G8 inutile come tutti quelli di sempre.

    Ed è uno Stato che trova il verso d’indignarsi, certo, attraverso la faccia feroce del suo più alto rappresentante, ma solo perché c’è un Grillo che sta attentando alla sopravvivenza del corrotto sistema partitocratico. Che non c’entra nulla con la politica, sia chiaro, ma fa tanto comodo far credere che sia così. “Lo Stato, lo Stato…”, cantilenava amara, scuotendo la testa, dal pulpito di una chiesa stracolma di grandi papaveri delle Istituzioni Rosaria Costa, la vedova dell’agente di scorta di Giovanni Falcone, Vito Schifani, davanti alla bara del marito.

    Son passati vent’anni e questo Paese è ancora inchiodato lì, vittima di pazzi, di mafia o di anarchici, ostaggio di una politica immonda e di una crisi che prima di essere economica è di identità, di struttura, di principi comuni. E che adesso – proprio adesso – dovrà anche guardare in faccia le vittime di questo ennesimo terremoto e spiegargli che siccome dobbiamo restare in Europa, per loro di Stato non potrà fare nulla; a Ferrara e dintorni non arriverà una lira. Lo stato di calamità non sarà più qualcosa che si dichiara con leggerezza. Come non vedranno un soldo i genitori di Melissa o le altre ragazze di Brindisi la cui bellezza resterà sfigurata per sempre. Gli italiani vittime di qualunque nemico saranno chiamati ad arrangiarsi ancora. L’hanno sempre fatto, in questo Paese logoro e sudato di pazienza antica. Infinita no, però..

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